(di Anna Cella, 2^C)
Il libro “il ragazzo dai pantaloni rosa”, scritto da Ciro Cacciola, lascia una riflessione molto forte, proprio perché racconta una storia che purtroppo potrebbe accadere a chiunque.
La cosa più dolorosa è che Andrea viene preso di mira a causa di un motivo banalissimo: un paio di pantaloni diventati rosa in seguito a un lavaggio sbagliato. Quel semplice vestito ha trasformato Andrea nel bersaglio delle prese in giro, solo perché di un colore molto spesso legato a stereotipi. Secondo me, i compagni del protagonista hanno utilizzato i pantaloni, che in realtà non erano la vera causa, per ferire Andrea e prenderlo di mira. Quello non è un semplice indumento, ma un simbolo di libertà, perché nonostante Andrea venga bullizzato continua a indossarli: lo fanno stare bene e questo è l’importante! Questo libro ci vuole, infatti, mostrare come il mondo in cui viviamo sia solito a giudicare l'apparenza, basandosi solo su pregiudizi e stereotipi, senza conoscere davvero chi sia davanti.
Un tema principale che il libro vuole trattare è il bullismo. Andrea, infatti, ci mostra che questo non è un semplice scherzo innocuo perché può ferire lentamente una persona dentro facendola sentire sola, sbagliata e senza via d’uscita.
Questa storia ci mostra un’altra considerazione molto importante: le parole possono uccidere. Gli insulti, le prese in giro, le offese hanno distrutto Andrea. Le parole che l’hanno ucciso, se fossero state gentili potevano salvarlo. Ci insegna quindi il potere che hanno: non sono semplici parole dette per scherzo, ma possono ferire profondamente una persona.
A peggiorare la situazione si aggiunge il cyberbullismo, ovvero una forma di bullismo che utilizza la tecnologia per ferire, come i social network. Questo infatti è molto più doloroso perché le umiliazioni diventano pubbliche e sembrano non finire mai. I più deboli utilizzano internet come maschera per prendere in giro, dicendo cose cattivissime che non avrebbero il coraggio di dire a voce. Un insulto faccia a faccia dura pochi secondi, mentre uno sui social network rimane: può essere visto, condiviso, commentato da moltissime persone che invece di stare dalla parte della vittima passano da quella del branco, ovvero di coloro che prendono in giro. Questo è un altro tema su cui il libro mi ha fatto riflettere; molto spesso per paura di essere esclusi, di non essere accettati dagli altri e di essere i prossimi ad essere bullizzati si passa dalla parte del “nemico”.
Schierarsi con il branco è semplice, mentre farsi coraggio e aiutare la vittima un po’ meno. Ci sono poi, quelle persone che rimangono lì in silenzio senza dire nulla o ridendo solamente. Anche se non contribuiscono attivamente alle prese in giro hanno anche loro una responsabilità: rimanere indifferenti di fronte a una situazione di ingiustizia significa in qualche modo contribuire a farla continuare.
Penso proprio che l’unica cosa che sarebbe servita veramente ad Andrea sarebbe stato qualcuno che lo ascoltasse o che stesse dalla sua parte. Infatti, il silenzio contribuisce a far sentire la vittima ancora più sola e isolata. Andrea secondo me, è stato sempre un ragazzo molto sensibile, si trovava solo in un mondo dove la sua sensibilità veniva vista come una debolezza. Il suo “essere diverso” doveva essere rispettato e non diventare un modo per ferirlo.
Mi ha colpito molto il rapporto di Andrea rispetto al giudizio degli altri. Molto spesso, durante l’adolescenza ovvero il periodo in cui cerchiamo di capire chi siamo veramente, semplicemente per “stare al passo” o “essere come gli altri” si cerca di rinunciare alle proprie passioni, cambiare il proprio carattere o il proprio modo di vestirsi, per non essere presi in giro. Andrea invece no: ha continuato ad essere se stesso, a indossare quello che voleva, a non fermarsi davanti alle prese in giro. E questo è un comportamento che secondo me tutti dovremmo avere.
Molto spesso abbiamo paura di essere come siamo veramente, ma bisogna affrontarla perché infine se ne esce vincitori. È capitato molto spesso anche a me di vergognarmi per il mio modo di vestirmi o per le mie passioni, ma poi ho capito una cosa: bisogna circondarsi di amici veri, perché solo quelli ti rispettano per quello che sei veramente.
Mi ha colpito molto anche la sensibilità di Andrea, che si preoccupa sempre prima per gli altri che per se stesso. Per esempio, quando i genitori si separano, la sua preoccupazione ricade sul fratellino Daniele, e sui genitori stessi. Una scena infatti legata a questo, che mi ha colpito, è stata quella a Villa Borghese in cui dice a Sara: “Mi dispiace per Daniele… Lui è piccolo, ci resterà male.” E la risposta di Sara è ancora più toccante: “Lo sei anche tu, amico mio, lo sei anche tu”. Questa scena dimostra che Andrea è un ragazzo altruista e sensibile, forse anche troppo per la sua età.
In conclusione, la storia di Andrea riguarda un po’ tutti noi, perché almeno una volta nella propria vita è successo di essere stati presi in giro. Il racconto mostra il mondo crudele in cui viviamo: un mondo in cui si giudica senza conoscere chi si ha davanti, in cui il diverso viene preso di mira. Dei semplici pantaloni rosa hanno portato a tutto questo. Non si possono più avere le proprie passioni ed essere chi si vuole per paura di essere bullizzati. Eppure molto spesso parliamo di bullismo: a scuola, in famiglia, ne sentiamo parlare anche al telegiornale, ma le vicende come quelle di Andrea sono sempre più frequenti.
Il messaggio che ho appreso da questo libro è: “Una parola sarebbe bastata per salvare Andrea”, ma penso che debba diventare: “Una parola può salvarci”: perché può ancora aiutare tutti noi. Ho compreso che non bisogna mai rimanere in silenzio di fronte a un’ingiustizia, ho capito che non bisogna mai partecipare ad atti di bullismo, in nessun ruolo. Penso che tutte le persone che stanno intorno a noi debbano aiutarci creando un dialogo aperto e sincero: chiedere aiuto non significa essere deboli.

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